IL SIGILLO DI INANNA
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Sotto il Cielo di Uruk
Il crepuscolo su Uruk non portava sollievo, ma soltanto una declinazione diversa del calore. Durante il giorno, il sole di Mesopotamia picchiava sulle terrazze di mattoni crudi fino a spaccare la terra in crepe aride; di notte, l'umidità saliva dai canali dell’Eufrate, intrappolando nei vicoli il fumo dei focolari, l'odore di birra di farro fermentata e l'aroma acre del bitume usato per impermeabilizzare le imbarcazioni.
Sulla cima dell'E-Anna, la "Casa del Cielo", l’aria era stagna.
Ilgim stette a lungo sul ballatoio della quinta terrazza, osservando la distesa di tetti piatti che si stendeva fino ai bastioni esterni.
Aveva le dita macchiate di fuliggine e succo di galla, il marchio indelebile di chi passa la vita chino sui mattoncini d'argilla ad annotare le ricchezze della dea.
Quella mattina aveva registrato trecento sacchi di farro portati dai contadini del distretto nord, quaranta teste di bestiame donati dal Governatore di Kutha e venti lingotti di rame grezzo arrivati con le carovane del golfo.
Era un lavoro di precisione, di rigore geometrico, dove ogni cuneo inciso con lo stilo di canna rappresentava la struttura stessa dell'ordine cosmico.
Ma quella sera, la tavoletta che stringeva tra le dita non conteneva cifre.
Era un blocco di argilla rossa, impastata con polvere di lapislazzuli e bagnata con acqua di pozzo sacro, ancora morbida, avvolta in un panno di lino umido per non farla seccare prematuramente.
Il gran sacerdote dell'amministrazione lo aveva chiamato al tramonto, trasmettendogli un ordine senza appello, pronunciato a bassa voce con lo sguardo rivolto al pavimento:
«L'Alta Sacerdotessa Entu ti attende nella cella più alta dell'E-Anna. Porta lo stilo di bronzo lungo, quello riservato ai decreti reali. Non portare testimoni. E non pregare, perché stasera gli dei non ascoltano le preghiere degli scribi.»
Ilgim salì gli ultimi gradini di pietra calcarea.
Le gambe gli dolevano per la fatica, ma era il cuore a battere un ritmo disordinato, quasi un insulto alla disciplina con cui aveva condotto i suoi trent'anni di vita.
Conosceva le storie che circolavano nei cortili inferiori.
Si diceva che Inanna-nim, l'incarnazione vivente della dea dell’amore, della discordia e della metamorfosi, non rispondesse a nessuna legge umane.
Nei suoi rituali privati, i ruoli si invertivano: il re strisciava, il potente chiedeva pietà e l'intelletto veniva ridotto a materia grezza da plasmare.
Raggiunse il portale in legno di cedro incastonato di conchiglie e corniola.
Due guardie nude, con i corpi unti d'olio e armate di mazze di pietra levigata, scostarono i tendaggi senza dire una parola.
Il vapore gli investì il volto.
Un aroma denso, quasi soffocante, di mirra bruciata, gomma di boswellia e l'odore penetrante, dolce e viscido dell'olio di sesamo fermentato riempiva la stanza stellata.
In alto, il tetto era aperto al cielo azzurro scuro della notte mesopotamica: le stelle scintillavano gelide e immense, testimoni silenziose di ciò che stava per consumarsi sotto il cielo di Uruk.
La stanza non assomigliava a nessun archivio o santuario che Ilgim avesse mai visto.
Al centro non c'era un altare per le offerte di grano, né una statua della divinità.
C'era un imponente blocco di basalto nero, cavato dalle montagne del nord e levigato fino a diventare uno specchio scuro. Ai quattro angoli del blocco sporgevano grossi anelli di bronzo massiccio, consumati dal tempo e segnati da vecchi sfregamenti.
Nel fondo della stanza, accanto a un braciere d'ottone da cui salivano spire di fumo viola, stava Inanna-nim.
Non indossava la pesante tiara a corna, né i mantelli cerimoniali.
Il suo corpo era interamente nudo, se si escludevano le cascate di perle di lapislazzuli che le cingevano la vita e le ricadevano tra le cosce, tintinnando leggermente a ogni minimo respiro.
Sul petto nudo, i capezzoli erano scuri e rigidi, arrossati da una miscela di spezie.
Negli occhi, allungati da righe spesse di kohl nero che le arrivavano fino alle tempie, non c'erano né benevolenza, né odio. C'era soltanto la certezza schiacciante di un potere arcaico.
«Fatti avanti, Ilgim» disse lei.
La sua voce era bassa, una vibrazione che sembrava scorrere sul pavimento di pietra prima di arrampicarsi sulle gambe dello scriba. «Hai portato lo stilo?»
«L'ho portato, Sacerdotessa.» rispose lui, abbassando gli occhi come imponeva il protocollo. La gola gli era secca. «E ho portato l'argilla pura, come mi è stato ordinato.»
Inanna-nim si avvicinò con passi lenti e calcolati.
Il movimento del suo bacino faceva oscillare le stringhe di lapislazzuli, creando una musica metallica .
Si fermò a un passo di distanza da lui. Ilgim poteva sentire il calore che emanava dalla sua pelle, mescolato al profumo di birra d'orzo e miele selvatico con cui si era lavata.
«Lascia cadere l'argilla» comandò lei calmo.
L'uomo esitò per un frazione di secondo. «Sacerdotessa... l'argilla si seccherà se tocca il pavimento...»
Con una rapidità impressionante, la mano di Inanna-nim si mosse: le dita afferrarono il collo di Ilgim, stringendo la gola con una forza incredibile per una donna della sua stazza.
Il pollice le premette sulla trachea, bloccandogli il fiato.
«Non sei qui per proteggere l'argilla, scriba» gli sussurrò all'orecchio, mentre il suo alito caldo gli bruciava il padiglione auricolare. «Sei qui perché stasera tu sarai l'argilla. Tu ti seccherai, tu ti spaccherai e solo io deciderò se ricomporti.»
Il panico esplose nel petto di Ilgim.
Apri le dita e la tavoletta cadde a terra, rompendosi in due pezzi sul pavimento di mattoni. Il rumore del sordo impatto rimbombò nella stanza.
Inanna-nim allentò la presa appena sufficiente a farlo respirare, ma non lo lasciò.
Con l'altra mano afferrò il bordo della sua tunica di lino grezzo e la squarciò con un unico gesto deciso dal collo fino all'orlo. Il tessuto strappato cadde ai suoi piedi, lasciando lo scriba completamente nudo nel centro del santuario.
La vista di Ilgim spogliato provocò nella sacerdotessa un sorriso impercettibile.
Lo scriba non aveva il fisico teso dei soldati del Re, né le masse grasse dei mercanti di Ninive; il suo corpo era magro, segnato da lunghe ore passate a scrivere, con i muscoli del collo e delle spalle tesi dalla postura e la pelle pallida per la mancanza di sole, ma sotto quella fragilità c'era un'erezione involontaria, rigida e orgogliosa, che smentiva il terrore dipinto sul suo volto.
«Vedi?» mormorò lei, abbassando lo sguardo sul sesso di lui che pulsava ritmicamente.
«La tua mente vorrebbe strisciare e chiedere venia, ma la tua carne conosce già il suo padrone. Il tuo corpo riconosce il Sigillo di Inanna prima ancora che io lo abbia inciso.»
Fece un cenno con la mano. Dalle ombre ai lati della cella emersero due servitori eunuchi, i volti coperti da maschere di cuoio cucito, del tutto privi di espressività. Senza pronunciare un suono, afferrarono Ilgim per le braccia.
L'uomo tentò di opporre resistenza per un istante, un riflesso ancestrale di autoconservazione, ma venne sopraffatto facilmente. Lo spinsero verso il blocco di basalto nero e lo stesero di schiena sulla pietra fredda.
La sensazione del basalto levigato contro la schiena nuda lo fece sobbalzare. Era un contrasto violento con l'aria soffocante del tempio: la pietra era fredda, spietata, rigida.
I due eunuchi lavorarono con una perizia spaventosa.
Estrassero da una cesta di vimini spesse corde fatte di fibra di canapa intrecciata, saturate d'olio di giusquiamo e resina di pino. Le corde non erano rigide, ma unte e pesanti.
Gli afferrarono i polsi, tirandoli sopra la testa fino al limite dello snodo delle spalle, e li legarono saldamente ai due anelli di bronzo superiori. La canapa impregnata d'olio si strinse attorno alla pelle, lasciando una sensazione di bruciore caldo e viscido.
Gli divaricarono le gambe, stendendole lungo i bordi del blocco, e assicurarono le caviglie agli anelli inferiori. Il suo bacino fu tirato verso l'alto, completamente esposto, vulnerabile e incapace di qualsiasi movimento di difesa.
Infine, uno degli eunuchi prese una striscia di pelle di capra ammorbidita con grasso d'oca e gliela legò stretta attorno agli occhi, annodandola dietro la nuca.
L'oscurità fu totale.
Senza la vista, il mondo di Ilgim si ridusse al suono del suo respiro affannoso, al battito feroce del sangue nelle orecchie e alla sensazione delle corde che gli mordevano i polsi ogni volta che tentava di muoversi.
«Sacerdotessa...» tentò di dire, ma la sua voce fu interrotta da un tampone di gomma profumata che gli venne spinto tra i denti, legato con un laccio di cuoio dietro la testa.
Poteva solo emettere gemiti soffocati, mentre la sua mente razionale si sbriciolava nell'impotenza più totale.
Nel buio, i sensi di Ilgim si affilarono fino a diventare dolorosi.
Sentiva il peso dell'aria calda della notte che gravava sul suo petto nudo sotto il cielo di Uruk. Sentiva l'odore della resina sulle sue braccia e il freddo del basalto che a poco a poco assorbiva il calore della sua schiena.
Poi avvertì un tocco.
Non erano dita umane.
Era la punta di uno stilo di bronzo affilato, lo stesso stilo che lui usava per tracciare le leggi sulla pietra.
Inanna-nim la posò esattamente al centro della sua gola, sul pomo d'Adamo.
Il metallo era gelido.
La sacerdotessa cominciò a scendere lentamente.
Non spingeva tanto da tagliare la pelle, ma abbastanza da lasciare una traccia solcata, un solco di dolore acuto che scendeva lungo lo sterno, sfiorava l'incavo delle costole e circondava l'ombelico.
«Un buon scriba sa che la tavoletta non deve opporre resistenza.» La voce di Inanna-nim risuonava vicina, quasi dentro la sua testa.
«Se l'argilla è troppo dura, lo stilo si spezza. Se è troppo molle, il cuneo si perde. Tu sei perfetto, Ilgim. La tua pelle trema, ma non ha dove fuggire.»
La punta dello stilo scese ancora, infilandosi tra la coscia e il bacino, per poi risalire lungo la parte inferiore del suo sesso rigido. Ilgim sobbalzò sulle corde, un gemito soffocato uscì dalla sua bocca murata. Il doloroso piacere di quel contatto metallico sul tessuto ipersensibile della cappella gli fece contrarre gli addominali fino ai crampi.
La sacerdotessa mise da parte lo stilo con un tintinnio metallico.
Subito dopo, Ilgim sentì delle mani cavare qualcosa di denso da un vaso.
Era fango sacro del fiume, mescolato ad olio di sesamo e polvere d'ambra.
Inanna-nim cominció ad applicare quella miscela fredda e granulosa sul suo petto, sulle sue cosce e direttamente sul suo membro. Con mani esperte e spietate, strofinava la pasta ruvida sulla sua carne, alternando carezze pesanti a torsioni decise.
I granuli del fango graffiavano la pelle sensibile, mentre l'olio lubrificava il movimento, creando un contrasto insopportabile tra fastidio e godimento.
Il suo sesso era diventato un pilastro di carne infuocata, teso oltre ogni limite di sopportazione, pulsante di sangue che chiedeva disperatamente uno sfogo.
Ma Inanna-nim non aveva fretta.
Applicò una morsa improvvisa con le dita proprio alla base del membro, bloccando il flusso sanguigno e impedendogli di raggiungere l'orgasmo che sentiva già salire lungo la spina dorsale.
«Non ancora» mormorò lei, spingendo le unghie laccate di hennè nell'interno della sua coscia.
«Il padrone dell'E-Anna decide quando la tavoletta è pronta per ricevere il sigillo. Tu soffrirai questo piacere finché non ne sarai completamente impregnato.»
Ilgim scosse la testa violentemente nel buio, implorando con gli occhi coperti dalla benda, dimenandosi contro i legami di canapa. Le corde gli scorticarono i polsi, ma il dolore gli servì solo ad aumentare la carica di testosterone ed adrenalina che gli bruciava le vene.
Con un fruscio di perle di lapislazzuli, Inanna-nim salì sul blocco di basalto. Posizionò le ginocchia ai lati del torace di Ilgim, scavalcandolo con un movimento fluido e regale.
L'uomo sentì il calore spaventoso della vulva di lei posarsi direttamente sulla sua pancia unta di fango e olio.
Il profumo della sacerdotessa, una miscela di fluidi corporei, spezie e birra, era adesso una presenza fisica che gli riempiva i polmoni.
La donna si sporse in avanti. Portò la bocca al lobo del suo orecchio e morde duramente la cartillagine, strappandogli un altro verso soffocato dal morso.
«Guarda attraverso il buio, scriba» sussurrò lei. «Guarda la dea che ti sta divorando.»
Inanna-nim afferrò il sesso rigido di Ilgim con la mano sinistra, allineandolo alla sua apertura.
Era completamente bagnata, spalmata degli stessi oli sacri. Senza dargli il tempo di prepararsi, si abbassò d'un colpo solo, inghiottendo il suo membro fino alla radice.
La sensazione fu così intensa che Ilgim perse per un attimo la percezione di dove finisse il suo corpo e dove iniziasse quello della donna.
Il calore interno di Inanna-nim era soffocante, un guanto di carne liquida e muscoli tesi che lo avvolse con una presa quasi spietata.
La sacerdotessa non attese.
Iniziò subito a cavalcarlo con un ritmo violento e spezzato.
Si sollevava quasi completamente, lasciando solo la testa del sesso coperta, per poi lasciarsi cadere con tutto il peso del suo corpo, impalandosi su di lui con una forza che faceva rimbombare l'impatto delle natiche contro il basalto.
Le pareti interne della sua vagina si contraevano ritmicamente, come se volessero spremere ogni goccia di forza dal corpo dello scriba.
Quando Ilgim provava a sollevare il bacino per assecondare la spinta, lei gli piantava le mani sulle spalle, spingendolo brutalmente contro la pietra e bloccandogli ogni iniziativa.
«Rimani giù!» gli ordinò con voce roca. «Sei il terreno che viene solcato dall'aratro! Non sei tu che guidi i buoi!»
Le stringhe di lapislazzuli che pendevano dal collo di lei frustavano il petto di Ilgim ad ogni affondo, lasciando piccoli segni rossi sulla pelle già irritata dal fango.
Il suono della stanza era diventato una sinfonia arcaica: il respiro affannoso di lei, i gemiti soffocati di lui, lo scricchiolio delle corde di canapa messe a dura prova e il rumore liquido, viscerale, della loro carne che si scontrava senza sosta.
Sotto il cielo di Uruk, la notte raggiunse il suo acme.
Le stelle sembravano ruotare sopra la Ziggurat mentre il rito si trasformava in una battaglia pura tra il controllo e la resa.
Ilgim era sopraffatto. La combinazione del bendaggio, dell'impossibilità di muoversi, del sapore di gomma in bocca e della cavalcata spietata della sacerdotessa lo portò al limite della follia sensoriale. Ogni affondo di Inanna-nim lo spingeva più a fondo in un baratro di sottomissione assoluta dove l'unica cosa che contava era la volontà della donna che lo stava domando.
Inanna-nim aumentò la frequenza dei colpi.
Il suo corpo era coperto da un velo di sudore brillante che rifletteva la luce del braciere. Le sue mani scesero sul collo di Ilgim, stringendo leggermente per limitare l'afflusso d'aria, una tecnica antica per amplificare l'estasi imminente.
«Prendi il marchio...» ansimò lei, inarcando la schiena verso le stelle. «Prendi il Sigillo di Inanna!»
La morsa attorno al suo collo e la contrazione orgasmica della vagina della sacerdotessa furono la scintilla finale.
Ilgim non potè più trattenersi.
Con un urlo deformato dal morso che risuonò contro le pareti di calcestruzzo del tempio, lo scriba esplose. Il suo corpo si stese rigido come un arco tirato al massimo, le vene del collo e delle braccia gonfie contro la pelle. Un'ondata devastante di seme caldo si riversò dentro la sacerdotessa, spinta da pulsazioni ininterrotte che sembravano non finire mai.
Nello stesso istante, Inanna-nim crollò in avanti su di lui.
Un grido acuto le uscì dalla gola mentre il suo bacino tremava violentemente, travolto da un orgasmo speculare che le scosse tutto il corpo.
Le sue pareti vaginali mungevano il sesso di Ilgim con spasmi involontari, prosciugandolo fino all'ultima goccia.
Per lunghi minuti, l'unico suono nella stanza fu il loro respiro spezzato.
Il corpo caldo e sudato della sacerdotessa giaceva pesante sopra il petto dello scriba, che ansimava debolmente sotto la benda.
Quando la sacerdotessa finalmente si sollevò, il freddo della notte tornò a colpire la pelle bagnata di Ilgim.
Non disse una parola per molto tempo.
Camminò verso il braciere, prese un panno bagnato d'acqua di rose e si pulì cosce e ventre.
Poi tornò verso il blocco di basalto, impugnando un piccolo pugnale rituale con la lama di ossidiana nera.
Con tre tagli netti e precisi, rese flaccide le corde che legavano i polsi e le caviglie dello scriba.
Staccò il morso dalla sua bocca e sfilò la benda dagli occhi.
La luce improvvisa del braciere fece lacrimare Ilgim.
Per qualche secondo rimase immobile sul basalto, incapace di muovere gli arti intorpiditi e segnati da profonde solcature rosse lasciate dalla canapa.
Era esausto, svuotato, ma dentro di sé avvertiva una calma spaventosa, come se la sua vecchia identità fosse stata rasa al suolo per fare spazio a qualcosa di nuovo.
Inanna-nim si chinò su di lui.
Nella mano conservava il pezzo dell'argilla rotta che era caduta all'inizio della notte.
Con il pollice unto del seme di lui e dei propri umori vaginali raccolti dal suo bacino, la sacerdotessa stese quel fluido denso sulla superficie del mattoncino.
Poi prese lo stilo di bronzo e incise rapidamente una sola riga di caratteri cuneiformi al centro del pezzo d'argilla ancora fresca:
"Ilgim, scriba dell'E-Anna, è stato segnato dalla Dea. La sua carne appartiene alla pietra; la sua mente appartiene al fuoco."
Guardò l'uomo negli occhi, che ora la fissavano con una misto di terrore, venerazione e totale devozione.
«Prendi la tua tavoletta, Ilgim» mormorò la sacerdotessa, ponendogli il pezzo d'argilla bagnata sul petto. «Lasciala seccare sotto il cielo di Uruk. E ricordati: domani tornerai a contare i sacchi di grano per il tempio, ma ogni volta che la tua mano impugnerà lo stilo per scrivere sulla pietra, sentirai la mia morsa sul tuo collo, le corde sui tuoi polsi e saprai chi ha inciso il primo, vero sigillo sulla tua anima.»
Ilgim strinse il pezzo d'argilla contro il petto, tremando nella notte mesopotamica, sapendo che non sarebbe mai più stato un uomo libero.
Vacca 24
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